La mia storia di (ri)successo, 25 anni dopo.
Avevo 17 anni e una voce da adolescente con le idee molto più chiare degli adulti. Il mio primo “lavoro” fu alla radio. Metto le virgolette perché non c’erano contratti, né stipendi. C’era però un microfono, una sala di registrazione improvvisata e una fame di parole che oggi definirei professional branding ante litteram.
Facevamo programmi musicali con i CD masterizzati e i jingle registrati con il mangiacassette. Cose che oggi TikTok definirebbe “vintage” con l’aggravante della passione.
Poi, la vita ha preso il suo ritmo: università, lavori veri (quelli con le mail alle 22:59 e le call “veloci” di 43 minuti), PowerPoint, strategie, clienti, e una lunga pausa dalle cuffie e dall’on air.
Fast forward: Time to Talk.
Quando mi hanno proposto di essere una delle voci del podcast, ho detto sì come si dice sì al secondo caffè: con entusiasmo e una punta di dipendenza latente.
E in un attimo mi sono ritrovata a scrivere palinsesti, registrare intro, sbagliare mille volte l’attacco perfetto e ridere in cuffia come se fossi tornata ai miei 17 anni.
Solo che stavolta non siamo su una radio pirata ma su un canale che parla a imprese, consulenti e giovani che vogliono riprendersi il futuro a colpi di voce, idee e storie vere. Storie che lasciano il segno. E anche un po’ di brio, perché se c’è una cosa che non è cambiata in circa 25 anni è che la voce, quando è autentica, si sente.
Ora faccio la podcaster su Time To Talk, ma anche la blogger per questa rubrica che celebra le nostre “Storie di Successo”.
La mia? È il cerchio che si chiude, ma con l’aggiunta di un microfono più figo, un team con cui è un piacere registrare, e una community che ascolta sul serio.
(Non come ai tempi della radio, quando il nostro unico fan era il ragazzo della regia che però mi doveva un favore, tsk!)
Se questa è una seconda possibilità, allora è anche molto meglio della prima.
Perché oggi so cosa voglio dire.
E ho il microfono giusto per farlo.
